Costellazione: (Pre)occupazione
  venerdì, luglio 04, 2008  

Ti rivedo come un tallo della panca,
un grumo che da una nebulosa apre
un vortice acceso, ancora è il tempo
di fissarti in pena per me, stella nascente,
 
tenevi stretti pugni d’albicocca, quand’eri un
batuffolo di mondo che annaspava nel lino.
Dimmi che non te ne andrai atono,  
balbettando al passo di un gambero ramingo,
 
non pensi già a quel che non t’acqueta, ma con
sorriso cheto, refrigeri il giovane compleanno.
Ed io temo che tu possa sentirti solo,
come chi aspetta, che il tronco, tagli il sentiero.
           
Pubblico
          
(Foto di Brigant)

 
un sogno di Basileia soffiato nel vento alle luglio 04, 2008 06:01
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Costellazione: Icastico segreto
  giovedì, luglio 03, 2008  

Amo la parvenza che resta un segreto,
non mi importa della sua lama,
conosco un mistero che passa sopra i
mari, pei sentieri elettivi della mente,
 
si presenta come uno stritolio neonato
a una maschera intrisa di vento che
ha vita sottile: tutto è una sincope
in un labirinto, un’ascia che cade dal cielo.
 
La solitudine ha un volto camaleontico,
sfiora con proiettili di cotone e lascia
un’inquietudine spenta, salta e rimbalza
come un grillo strozzato.
        
         
(Foto di Brigant )

 
un sogno di Basileia soffiato nel vento alle luglio 03, 2008 20:42
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Beckett e Joyce: “non c’è niente di più comico dell’infelicità”
  mercoledì, luglio 02, 2008  

In relazione al concetto filosofico di assurdità dell’esistenza proprio dei testi di Sartre, il critico Esslin intotola una sua pubblicazione del 1961 “The theatre of absurd” definendo i caratteri innovativi del teatro dell’epoca post-atomica. Sebbene solitamente venga utilizzato come esempio di teatro dell’assurdo l’opera “En attendant Godot”(1945), io credo sia altrettanto interessante ed emblematica un’opera più tarda dello stesso Beckett “Finale di partita” (1957) in cui i protagonisti, Hamm cieco e immobilizzato su una sedia a rotelle, Clov il suo servitore; Nagg e Nell gli anziani genitori di Hamm, che hanno perso le gambe in un incidente e adesso vivono in due bidoni di spazzatura [quanto mai è stato più attuale Beckett!], assistono alla inconcludente partita dell’esistere, sulla base dell’assennato adagio-refrain: “Non c’è niente di più comico dell’infelicità”.
 
 “Interno senza mobili. Luce grigiastra. Alle pareti di destra e di sinistra, verso il fondo, due finestrelle molto alte da terra con le tende tirate. In primo piano, a destra, una porta. Vicino la porta un quadro appeso con la faccia contro il muro. In primo piano a sinistra, ricoperti da un vecchio lenzuolo, due bidoni della spazzatura, uno accanto all’altro.” [fin de partie]
 
Così si introduce l’atmosfera funebre, quasi da bunker, dove il protagonista, Hamm, il re destinato continuamente allo scacco nel finale di partita, consuma le sue ultime volontà in un vaniloquio di mossa e contromossa. Oltre ad essere il dramma affascinante e struggente è interessante leggere “Finale di partita” nella fitta rete di collegamenti in cui è inserito basti ricordare la somiglianza con l’opera “Porta chiusa” di Sartre, ad esempio, o addirittura Adorno ha scritto un testo “Tentativo di capire finale di partita”  in cui cerca di decifrare i nomi dei personaggi.
 
Hamm: A parte questo tutto bene?
Clov: non mi lamento.
Hamm: Ti senti nel tuo stato normale?
Clov: (con stizza) Ti dico che non mi lamento.
Hamm: io invece mi sento un po’ strano (pausa) Clov.
Clov: Si.
Hamm: Non ne hai abbastanza tu?
Clov: Certo! (pausa) Di che cosa?
Hamm: Di questo..di questa…cosa.
Clov: Ma da sempre (pausa). Tu no?
Hamm: (avvilito) Allora non c’è ragione che le cose cambino.
Clov: Possono finire. (pausa) Tutta la vita le stesse domande, le stesse risposte.
 
La casa-rifugio posta ai margini del mondo accoglie i personaggi che rappresentano la condizione dell’uomo contemporaneo dopo i campi di sterminio e il disastro di Hiroshima e Nagasaki. Il senso della vita non ha significato assoluto tuttavia l’uomo ha un bisogno estremo di un significato assoluto. La storia è fatta di gesti inutili e nulli, e il richiamo all’antieroe di Ulysses è necessario dal momento che Beckett e Joyce, entrambi irlandesi, per molti anni collaborano e si influenzano a vicenda. Joyce nel romanzo definisce il personaggio dell’everyman, l’uomo comune che assiste alle banalità e alle volgarità delle situazioni quotidiane: i personaggi sono messi a nudo nel loro vagabondaggio per Dublino, intenti in discussioni e meschinità, risse e sfoghi dei loro istinti più bassi, e ogni episodio costituisce un contro campo parodico a quello corrispondente dell’Odissea.
 
 
“e io pensavo bè lui ne vale un altro e poi gli chiesi con gli occhi di chiedere ancora si e allora mi chiese se io volevo Si dire di Si mio fior di montagna e per prima cosa gli misi le braccia intorno si me lo tirai addosso in modo che mi potesse sentire il petto tutto profumato e il suo cuore batteva come impazzito e si dissi si voglio Si” [Ulysses – Monologo di Molly].
 
Con uno stravolgimento paradossale del personaggio femminile, Joyce riscrive anche il termine dell’odissea moderna del dublinese qualunque: Leopold Bloom scrutato lungo tutto il romanzo nelle sue piccolezze e nelle umiliazioni che subisce, viene qui indirettamente riscattato dalla moglie e fatto oggetto della sua attenzione amorevole.
Per Molly affermare il si finale significa riaffermare il proprio si alla vita, la propria presenza e disponibilità di moglie e di madre come riparo e conforto per il piccolo, debole marito (una condizione di felicità paradossale per Bloom anche se sappiamo che la risposta positiva alla domanda di matrimonio era stata condizionata dalla considerazione bè lui ne vale un altro).
 

 
un sogno di Basileia soffiato nel vento alle luglio 02, 2008 13:21
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Il superamento del nichilismo e il senso dell’esistenza: da Nietzsche a Heidegger
  sabato, giugno 28, 2008  

Nietzsche era convinto che si potesse superare il nichilismo, oltrepassare la linea, trasformando l’uomo in un dio di sé stesso. Così egli, pur rinunciando alla teoria di partenza per la quale, non bisogna attaccarsi ad alcuna illusione, ma essere liberi da condizionamenti, crea nell’ideale dell’oltre uomo un’ illusione. Pertanto sarà Sartre, che considererà l’esistenza dell’uomo come esperienza della nausea e dirà che l’uomo il quale vuole essere dio di sé stesso è destinato allo scacco. Come può un uomo che è di per sé esistenza, essere fondamento dell’essenza? Prima della nascita dell’uomo c’era il nulla, e non si può di certo dire che l’uomo è dio di sé stesso, e che si è creato da sé, anzi si può dire che l’uomo diventa un dio dopo la sua nascita, quando deve dare un senso al divenire della sua esistenza con la libertà. Ma la libertà porta l’uomo a scegliere non solo la sua vita, ma anche come rapportarsi all’essere, e quindi è per natura un estraneo a sé, perché diventa dio quando vede la sua vita scorrere, e quando comincia a scegliere come vedere gli altri. In questa analisi, gli altri sono un inferno, perché ogni relazione, è destinata allo stesso scacco a cui è destinata la condizione esistenziale dell’uomo di fronte ad una vita senza senso. Così come nell’amore vogliamo essere una totalità per l’altro, e l’altro una totalità per noi, questo non potrà mai verificarsi, in quanto, sebbene nell’amore vogliamo essere un’unica cosa con l’altro, questo ci toglie la libertà che per natura abbiamo, e quindi è anche l’amore un tipo di relazione destinata allo scacco. C’è un’immagine molto bella che dà Sartre nel suo saggio “L’esistenzialismo è un umanismo” che verrà poi contestata da Heidegger nella “Lettera sull’umanesimo”:
              
 “Non c’è altro universo che l’universo umano, l’universo della soggettività umana. Questa connessione fra trascendenza come costitutiva dell’uomo –
non nel senso che si dà alla parola quando si dice che Dio è trascendente, ma nel senso di superamento- e la soggettività, - nel senso che l’uomo non è chiuso in se stesso, ma sempre presente in un universo umano- è quello che chiamiamo umanismo esistenzialista.”
          
Sartre come gli altri esistenzialisti vede nell’uomo “un altro da sé” che ex-siste e si accorge di essere per sé solo guardandosi vivere. [In Sartre però, non c’è la Cura di Heidegger, per il quale l’uomo è essere-per-la-morte -se vive una vita autentica-] Sia Junger che Heidegger nei i loro scritti “Oltre la linea” cercano una via per il superamento del nichilismo annunciato da Nietzsche, il primo [vedi “Il trattato del ribelle” e “Oltre la linea” o ancora “L’operaio”] consiglia all’uomo di barricarsi nella propria interiorità, contro l’immane potenza del nulla e l’insensatezza della tecnica e del potere;il secondo crede che solo ai poeti sia aperta la strada dell’essere. L’essere heideggeriano è la parola che riporta alla terra sacra dove l’essere si manifesta come nulla nel suo aspetto più profondo. In particolare, l’uomo per Heidegger (il secondo Heidegger, in seguito alla “svolta” e al superamento dell’esistenzialismo) non è il signore dell’essente ma è il pastore dell’essere, questo significa che i poeti, ad esempio, possono parlare solo in quanto ascoltano il linguaggio dell’essere e si affidano a esso, come pastori che l’essere chiama a guardia della sua verità. Nel 1937, anno della svolta nel pensiero di Heidegger, si tenne la celebre conferenza romana “Horderlin e l’essenza della poesia” dove egli commentava la poesia “Pane e vino” di Horderlin. Il poeta nel corso della poesia si chiede: “e perché i poeti nei tempi della privazione?” Infatti la poesia (scritta in distici elegiaci) consta di una presentazione di un mondo abbandonato dagli dei in cui vivono gli uomini, dove si intravede la figura di “un divino Consolatore”,  Horderlin vede in Cristo concentrate ed esaltate le divinità di Ercole (come costruttore della città) e Dioniso (come divinità della comunione tra vivi e morti). Successivamente viene presentato un lungo tempo d’attesa, al termine del quale la salvezza verrà quando il nulla dell’essere si manifesterà nella sua totalità. [vedi l’inno incompiuto Mnemosine]. In definitiva, all’uomo non resta che rimanere in ascolto di quest’essere che si rivela ai poeti. Nei “Sentieri interrotti” Heidegger spiega che per Hordelin la fine del giorno degli Dei è venuta dopo il sacrificio di Cristo, che ha lasciato l’uomo in uno stato di povertà tale da non fargli nemmeno rendere conto di quanto sia povera la sua condizione esistenziale. Per trovare un senso bisogna capire che si vive di una povertà che nasce da un abisso [Abgrung] dove è il poeta che scopre i segni dell’abisso in sé, questi segni sono le tracce degli dei fuggiti.

                                                   

         

                                                                     (Sartre: immagine dal web)


 
un sogno di Basileia soffiato nel vento alle giugno 28, 2008 16:52
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Costellazione: Exotopia
  venerdì, giugno 27, 2008  

Invisibile grazia spumeggi
come da un marmo
lucente, una livrea leggera
e lieve, che tentenna
sopra la città e la cinge
di eterei veli, limpida
come l’anima, che sinuosamente
riposa e scrosciano dalla
sorgente gocce di pioggia che
temo portino a te.
           
      
        
(Canova)

 
un sogno di Basileia soffiato nel vento alle giugno 27, 2008 13:16
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Costellazione: L'urlo
  mercoledì, giugno 25, 2008  

Lionessa t’aspetto soldato
che vieni dopo la corsa, azzannando
l’ultima preda, e uno sconquasso
 tutt’intorno scossa, l’alito tremante
 del mondo salta e la vita ferina
rattempera la trilla di
trombe che squilla.
È una rattezza di destrier
di legami in slegamenti,
 ma pensieri folletti
e ballerini come una
musica che non si scolla
nel cervello da un cassetto,
s’agitano nervosi, ridipingendosi
nelle giulive meraviglie
estive, tanto che sgranocchiando
l’idea di scorgerti, tutto il tremendo
 tumulto aromatizzante della
terra, per un attimo, mi si
è congelato in un respiro.
          

 
un sogno di Basileia soffiato nel vento alle giugno 25, 2008 22:11
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Stati d’animo: gli addii: quelli che restano
  domenica, giugno 22, 2008  

Con tornita flessibilità
le stelle ammaliano
la morbida sera,
e un carezzevole
frizzo di gelo
lusinga con tocchi di blu,
gli artigli di un istinto
amazzone che si
racconta tra le fresche
lenzuola, sfumando
come un’ombra,
al crepuscolo del giorno.
           

 
un sogno di Basileia soffiato nel vento alle giugno 22, 2008 22:05
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Costellazione: L'altra faccia della luna
  sabato, giugno 21, 2008  

Aromi di pesco frizzano all’aria
e scoppiettano come
schizzi di frutta,
arpeggi di chicchi di
caffè che sbolliscono sulla pelle.
E a me sprezzi di latte
acido, spranga alla folle
di silenzi che non van più
parlando di valle d’amori.
               

 
un sogno di Basileia soffiato nel vento alle giugno 21, 2008 21:07
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Costellazioni: Personnage, Oiseaux
  giovedì, giugno 19, 2008  

 
Al blu gli stessi personaggi
fruivano l’onta montana della notte
folle e l’ansia d’agire manifesta
in fin sul formicaio si fa come
un’ombra molle in una spelonca concava,
e le luci aggobbivano su per
i rivoli dell’autostrada, che frugolava
in un fluido fuso di un agglomerato
e lì agglutinati, due amanti, dai
cuori raggruppati, come due uccelli
d’estate su una panchina.
      
           
DSCN4573b    
          
(Foto di Brigant)

 
un sogno di Basileia soffiato nel vento alle giugno 19, 2008 22:57
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ringraziamenti

Ho dimenticato di mensionare e ringraziare nel post di sfogo di oggi pomeriggio il professore di greco che ci ha aiutati tantissimo [ci ha tradotto metà versione e aiutato nell'altra parte] (ci vuole bene davvero e si è visto, lo sapevo che è un bravo uomo, Giuliano mi ha detto che ad un certo punto l'avrebbe baciato in bocca!), la professoressa di filosofia [ sta facendo cose assurde per noi] (sei una mamma ti vogliamo bene) e la professoressa d'arte (ti vogliamo bene). Inserisco anche la professoressa di scienze esterna [controllava se venisse il commissario quando il prof di greco ci dettava la traduzione] beh... alla fine è stato bello vedere i prof che si facevano in quattro per noi. Il prof di greco che si è mess così, col Rocci blu, a tradurre la versione e la prof di filo che gli passava quelle che venivano da altri prof [vedere i prof che collaborano per noi contro gli esterni è emozionante] e in generale sono momenti indimenticabili. Il commissario è una persona intelligentissima (già si vede) e quella di italiano mi sembra ok (oggi si è trovata d'accordo con me in diverse cose!). Non voglio dimenticarle queste immagini, sono così belle.
 
un sogno di Basileia soffiato nel vento alle giugno 19, 2008 21:40
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Cazzo.

é successo così. Mi sono chiesta cosa volevo dalla versione di greco dell'esame. E siccome è uscito il mio autore preferito (anche questo previsto!) l'ho voluta vivere sta versione. E penso che sia bella la resa in italiano, ma in due parti è fin troppo "mia". Due sono le reazioni possibili di chi la corregge:

la prima) pensare che ho sbagliato proprio a interpretare due pezzi gravi. [Questo periodo: benevolo con tutti mai fino al punto di concedere ad una parte più di quanto mariti e questo periodo: non deve avere riguardo, pietà, vergogna, o paura] 

la seconda) chiudere un occhio.

Ero felice e soddisfatta (figuriamoci!) dopo averla tradotta, giuro. Ma ora sto declinando nella più totale disperazione.Che figura di merda quando leggerò il voto, tipo un 12/13 (per ottimismo non penso che vada peggio) mentre tutte le mie compagne avranno 15. Perchè non mi sono confrontata su quei due pezzi? Sono una stronza. E voglio fare di testa mia. Io mi ero resa conto che dovevo confrontarmi per la traduzione di quelle parti, ma Ilaria si scocciava di rispondermi, lei e Giulia e Francesca (la prof a loro aveva passato la prima parte!) si sono confrontate sulla prima parte, e io, no. Forse avrei dovuto chiedere al prof, ma l'ho fatto. Anzi l'ho fatto ripetutamente, manco ho capito la traduzione, la diceva smorzata. Avrei dovuto chiedere al commissario. Uffy. Ho chiesto a Giulia di dirmela, e mi ha risposto: "ma l'ho fatta io...così colì...e si girava avanti" l'ho chiesta a Ilaria ma stava scocciata perchè le chiedevamo troppe cose (la prof è venuta da noi per la seconda parte, ma Ila ha scritto lei perchè dice di scrivere veloce!) in tutto questo, io potevo chiedere a Fede e quindi la colpa è solo mia se non ho trovato qualcuno con chi confrontarmi in quelle due parti. E se non ho insistito, e ho lasciato passare. Quale leggerezza!! Perchè non sono stata lucida, c'era poco tempo, avevo 15 minuti per renderla in italiano, per trascriverla in bella, e presa dalla foga di "farla mia" ho dimenticato che traducevo dal greco, e che anche il greco, è irrimediabilmente, matematica. E non italiano. L'unica mia speranza è che le traduca solo il nostro professore, e che chiuda un occhio.L'altra è che le leggano anche altri, ma apprezzino il fatto che il testo l'ho interpretato, perchè alla fine, quando riscrivevo mi dicevo, "cazzo ma è un anno che studio Luciano, io adoro Luciano, lo adoro tanto da immaginarmelo, e secondo me lui vuole dire questo" giuro che è stata questa la mia convinzione fino alla fine. Il mio unico pensiero. Ho fatto l'inverso di ieri, ho agito di impulso, volevo farla mia e basta. "Secondo me Luciano voleva dire quello!". Ma io non avevo realizzato che non era una libera interpretazione, ma una traduzione dal greco, in questa traduzione ci ho messo troppo il cuore. Oppure no ci ho messo troppo coraggio. Ma non centra il coraggio, forse mi sbaglio, dovevo essere un pò più umile e non metterci l'amore che nutro per Luciano. E ho sbagliato. é proprio vero, si può essere uno estraneo da sè, oggi sono una straniera rispetto alla me di ieri. e io non ci capisco un cazzo delle mie scelte. Questa che visione del mondo è?Non sarò mai più così, tenete strette queste parole, poche volte saranno così, aspre.

 

"Ecco dunque come deve essere secondo me lo storico:impavido, incorruttibile, libero, amico della verità e della parola schietta, uno che-come diceva quel comico-dice pane al pane e vino al vino, uno che mai per amicizia o per odio è indotto a concedere o negare, a commiserare o vergognarsi o disperzzare; giudice equanime, benevolo con tutti mai fino al punto di concedere ad una parte più di quanto mariti, che nn ha patria quando scrive nè città, nè sovrano; uno che nn sta a chiedersi cosa ne penserà il tale o il tal'altro, ma riferisce quello che è accaduto.Fu Tucidide a legiferare tutto questo, fu lui che distinse vitù e vizio nella storigrafia, vedendo che erodoto era ammirato a tal punto che i suoi libri vebivano addirittura chiamati muse. Dice infatti di scrivere qualcosa che resti per sempre anzichè per la gara del momento; dice di non apprezzare l'elemento favoloso ma di lasciare ai posteri un veridico racconto di quel che effettivamente accade. E introduce la considerazione dell'utile, di ciò che qualunque uomo da senno può indicare come fine dell'opera storica:che cioè come dice se si ripresenatassero situazioni simili ci si potrà giovare del racconto storico proprio nell'azione contingente."

"Così dunque deve essere per me lo storico: impavido, incorruttibile, libero, amoci della franchezza e della verità, e come dice il cominco, capace di chiamare i fichi, fichi, e la barca, barca, di non risparmiare o concedere nulla per odio o per amicizia; non deve avere riguardo, pietà, vergogna, o paura;sia un giudice imparziale, benevolo verso tutti ma non al punto di concedere a nessuno più di quel che gli è dovuto; nelle proprie opere deve essere straniero, senza patria, indipendente da ogni potere, uno ch enon calcola che cosa ne penserà l'uno o l'altro ma che racconta i fatti così come sono accaduti. Tucidide per esempio stabilì con precisione queste norme e distinse pregi e difetti dello storico, vedendo che Erodoto era oggetto di grandissima ammirazione tanto che i suoi libri erano chiamati con il nome delle Muse; egli infatti dice che le sue storie sono un possesso per l'eternità più che un'opera che possa piacere per il presente e non si basa su racconti fantastici ma consegna ai posteri la verità sull'accaduto; introduce anche il concetto di utilità e di quello che una persona assennata potrebbe immaginare sia il fine della storia: cioè che, se capitassero ancora fatti simili a quelli passati, gli uomini, dice Tucidide, guardando alle cose scritte un tempo, possano servirsene per affrontare la situazione del momento."


 
un sogno di Basileia soffiato nel vento alle giugno 19, 2008 14:51
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Costallazione: Blu
  mercoledì, giugno 18, 2008  

Mi cala da un imbuto chiuso
la potenza indicibile del muto
muso, fino ad un pugno chiuso
che resta mito inerte.
Avrò il coraggio di sfidarli tutti
con un cupo scudo di un grumo,
sentirò pervadere da quest’immenso
blu, l’elettricità del mondo
infuso.  
          
          
In Altramusa ho trovato questo video con la poesia.
Non so ancora chi ringraziare.Ma è un pensiero gentilissimo:

 
un sogno di Basileia soffiato nel vento alle giugno 18, 2008 18:07
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Culo.

Culo.Ho avuto grande culo.Dal momento che la tesina che ho consegnato ha per titolo "Estraneità in Occidente. Prospettive diacroniche". Come mi sento in questo momento? Come una che poteva scegliere l'analisi del testo, e commentare una poesia del sommo, e far vedere quali sono le sue capacità, tra la cui la spiccata sensibilità e l'amore per il sommo. Ma chi mi conosce sa che non l'ho fatto. Ho scelto il saggio breve, la percezione dello straniero. Tesi: L'artista che si distacca dalla mentalità predominate e dalla realtà è uno straniero in patria: da Baudelaire a Pavese. Dei testi proposti ne ho citati quattro [Omero, quello dello specchio, Baudelaire, Sentinella] il saggio era strutturato bene, chiaro, è venuto secco e conciso quattro colonne e mezzo e molte borchie ai lati. Non so se però centra con i testi dati. Penso che la consegna era diversa. Era la considerazione dello straniero come "esterno" "diverso", io invece dopo una breve riflessione su Ulisse e l'extraterreste della Sentinella ho trattato dell'artista che diventa straniero nel suo tempo, [werther] straniero alla società [Baudelaire], straniero come "Zeno", che significa appunto straniero. Poi l'uomo che si scopre straniero rispetto a un altro sè in accordo col tema dello specchio che ti mostra un altro te [ovviamente i romanzi di Pirandello e la formazione dello straniero rispetto al sistema precostituito della società con "Uno, nessuno, Centomila"] In tutto questo penso di essere una stronza. Io volevo fare l'analisi del testo, perchè non l'ho scelta? Perchè ero più sicura di trattare il saggio su di un argomento che avevo ben approfondito. Ma Montale, avrei fatto una analisi stupenda! Li avrei atteritti! Ciòè stupida tu stai aspettando che esca Montale da settembre. Sei una stronza. E ti sei bruciata la possibilità di emergere. é un pò come la scelta di medicina, io col cuore farei lettere, ma con la testa mi metto a studiare medicina. Ma io sentivo di fare Montale, io volevo fare Montale. E invece ho scritto quella secca analisi di merda che fa vedere quanta capacità ho di critica e di analisi e non fa vedere quella che realmente sono. E così mi condanno al silenzio. Nessuno saprà mai quanto valgo. Io prometto a me stessa che mi rifarò, e parlerò del sommo. Lo giuro fosse l'ultima cosa che faccio. Parlerò del sommo. Ho fatto la scelta più semplice e più sicura, ma meno sentita. Sono stata le prime TRE ore a decidere cosa fare, mi stavo per mettere a piangere LO GIURO. Una me diceva "fai l'analisi" un'altra me si chiedeva "ma cosa è la cosa giusta da fare?" alla fine mi sono risposta: "tu hai scritto una tesina che prevede anche lo straniero", devi fare quella, è l'esame devi andare sul sicuro. "ma qui c'è lo straniero come "diverso" non come "estraniazione". Io volevo mettermi alla prova con l'analisi e con il sommo!Volevo sfidarmi! Però sarebbe stato da stronza non scegliere la traccia che sapevi fare. La traccia che hai già fatto. Si ma sarebbe stata coerente una che porta come tesina una cosa che centra con una traccia [per la quale ha affrontato una profonda analisi] e poi sceglie un'altra cosa? Sapevo fare entrambe le tracce, solo che la prima mi piaceva ma non avevo una tesi, la seconda la sapevo a memoria e avevo una tesi. Mi dispiace di aver tradito il sommo, tutto qui. Mi rifarò.Vaffanculo Sabatina.
 
un sogno di Basileia soffiato nel vento alle giugno 18, 2008 16:14
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Compenetrazione iridescente
  martedì, giugno 17, 2008  

 
Ascoltami, l’iride dei poeti
scorre fuggitivo tra le
gabbie delle prigioni
della vita, come un mimo
che col fiato appanna
un vetro inesistente.
Io, per me, amo le aulenti
polveri che si perdono
tra i segni del palmo
di una mano che suona
le nacchere e batte tamburi,
aleggia sinuosamente
dietro veli di seta
plasmandosi con l’aria
mentre riflessi di luce
 nell’acqua
illuminano l’ombra.
Meglio le compenetrazioni
iridescenti luccicanti sul
viso a intermittenza
che la voglia di morire
nell’angoscia
del silenzio.
             

 
un sogno di Basileia soffiato nel vento alle giugno 17, 2008 12:12
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Una riflessione sulla potenza evocativa della fantasia: dall’Odissea all’Orlando Furioso
  sabato, giugno 14, 2008  

Le avventure dal carattere favoloso di Odisseo influiscono profondamente sulla cultura successiva, basti ricordare che Giasone dopo aver recuperato il vello d’oro, prima di arrivare nella terra dei Feaci, dove sposa Medea, sosta presso Circe, o ancora si imbatte nelle Sirene, in Scilla e Cariddi. E ancora il topos della collera di una divinità che cerca di ostacolare un personaggio è ripreso ne “Le metamorfosi” di Apuleio, dove non è più Poseidone ad essere in collera con Odisseo ma è Venere ad ostacolare Psiche imponendole di superare quattro prove difficilissime (l’ultima delle quali comporta la discesa nel regno dei morti). Anche nell’ Orlando Furioso, Ariosto fa un riferimento chiaro ad Odisseo quando deve intrattenersi in una riflessione metaletteraria, infatti nell’ottava 27 del XXXV lascia dire a San Giovanni evangelista che “Omero Agamennon vittorioso,/ e fè i Troiani parer vili e inerti; /e che Penelopea fida al suo sposo dai Prochi mille oltraggi avean sofferti/ E se tu vuoi che ‘l ver non ti sia ascoso,/ tutta al contrario l’istoria converti:/ e che i Greci rotti, e che Troia vittrice/ e che Penelopea fu meretrice.” Con queste parole Ariosto intende dire che la visione dei poeti spesso rovescia completamente la realtà, e per farlo ricorre all’esempio della visione del mondo del primo grande poeta, Omero. Tra i brani più significativi dell’Odissea troviamo il distacco dalla ninfa Calipso, che dà inizio alla storia del “nostos”come reduplicazione del senso generale del poema dove sono la nostalgia e la sete di conoscenza i due sentimenti dominanti nella natura dell’eroe omerico. Odisseo a questo punto della vicenda viene presentato come un uomo solo che piange sulla riva del mare, perché non è l’amore di una dea a farlo felice ma piuttosto è il ricordo di casa e della sua terra. Il tema del lamento sulla riva del mare è un tratto già presente nell’Iliade. All’inizio del poema è infatti Achille che si lamenta sulla riva di un mare impietoso e invoca la madre Teti. O addirittura possiamo ricordare che lo stesso Lucio-asino delle Metamorfosi all’inizio del XI dopo tante disavventure, in una notte di luna invoca la “Regina del Cielo”: “O regina del cielo! O che tu sia Cerere, madre benefica e origine prima delle messi!”. Odisseo è presentato come un recluso nell’isola felice di Calipso di cui non sa vedere le bellezze, proprio come nei poemi cavallereschi medievali un cavaliere resta prigioniero e infelice nel giardino incantato di una maga. L’episodio rimanda al giardino incantato di Alcina nell’Orlando Furioso (canti VI-VII), o anche al palazzo incantato di Atlante che diviene una vera e propria metafora della vita. In questo palazzo gli eroi pagani e cristiani vivono in uno stato di alienazione e confusione, Orlando crede di vedere Angelica brutalmente rapita da un uomo a cavallo e la insegue e inizia a cercarla affannosamente (Angelica viene inseguita anche da Ferrau e Sacripante), Ruggiero è impegnato nella vana ricerca di Bradamante, poi nell’ottava 23 il racconto torna a concentrarsi su Angelica: “Ma torniamo ad Angelica, che seco/ avendo quell’annel mirabil tanto,/ ch’in bocca a veder lei fa l’occhio cieco,/ nel dito, l’assicura da l’incanto;/ e ritrovato nel montano speco/ cibo avendo e cavalla e veste e quanto/ le fu bisogno, avea fatto disegno/ di ritornare in India e al suo bel regno.” Ariosto qui allude all’anello magico che ad Angelica era giunto dopo essere passato per varie mani (il ladro Brunello, Bradamante, Ruggiero). E ancora in questo “regno dell’illusione” (Calvino) la dialettica fra apparenza e realtà trascina i cercatori in un movimento vorticoso che li porta alla soglia della follia. Un altro castello fatato molto famoso è quello in cui Psiche si ritrova dopo esser stata trasportata per mezzo dal vento Zefiro, in questo castello ella è servita e onorata come una dea da ancelle invisibili, e la notte Amore, la fa sua sposa, senza mai lasciarsi vedere: "Psiche dolcemente adagiata su un morbido prato, in un letto di rugiadosa erbetta sentì l’animo suo liberarsi di tutta l’angoscia e placidamente s’addormentò.Dopo aver riposato abbastanza si levò più tranquilla e vide un boschetto fitto di alberi alti e frondosi e una sorgente d’acque cristalline e, proprio in mezzo al bosco, non lontana da quella fonte, vide una reggia, costruita non dalla mano dell’uomo ma per arte divina. Fin dalla soglia ci si accorgeva subito che si trattava della dimora splendida, fastosa di un dio.” Libro V, I. Ma la fantasia altro non è che follia incantatrice che permette ad Apollonio l’inserimento nella sua saga delle “Simplegadi” due enormi rupi che cozzano tra loro schiacciando ogni cosa all’ingresso del Ponto (il richiamo omerico è quello al transito dello stretto di Scilla e Cariddi), il brillante stratagemma che gli Argonauti adottano per consiglio dell’individuo Fineo, è di lasciare libera una colomba, in modo che le rupi si chiudano per schiacciarla e la nave possa penetrare nello stretto mentre esse stanno nuovamente ritraendosi: “Eufemo lanciò la colomba e tutti alzarono il capo a guardarla,/ quando poi volò tra le rocce e quelle di nuovo/ urtarono insieme l’una sull’altra/ con grande fragore.”

 
un sogno di Basileia soffiato nel vento alle giugno 14, 2008 15:23
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Stanchezza

I
 
Quando è morto il papa
c’ero io con te, era il
due aprile duemilaecinque,
ma non pensare che
 
eravamo vicini? No!
Io sul mio lettuccio
tu boh, e chi sa che facevi…
“Non la voglio perdere
 
la fumata alla tv e tu?”
leggevo in un messaggino.
E sono passati tanti anni
e ci siamo persi, tu non
 
II
 
ti ricordi di me, nemmeno col
sorriso! Io son venuta (scema!)
a vederti arbitrare, era una
semplice partita di pallone,
 
ma come al solito
a me sembrava ch’avessi
visto il sole! Un sole
che scioglieva il gelo
 
che mi hai lasciato nelle
vene [ballerine] (eh grazie!)
Alle volte, (guarda tu la pazza
fissazione) mi sembra
 
III
 
ancora che siano
passate poche ore, ma poi
sorrido e so ch’era un anno fa.
 “Non ti capirò mai!”
 
lo dicevi sempre tu,
anche se non lo farai più.
(finalmente?) La poesia non
va capita, è una gioia semplice
 
infinita, amara, frivola,
impazzita, o chicchessia!
Sta lì come te, entrambi
restate irraggiungibili per me.
 
IV
 
Ma c’è che ora sono stufa
di interrogarmi sull’esistenza,
lo giuro, che mi sbatte
la testa e penso che
 
da oggi mi organizzo
a pensare alla Fantasia,
dove non ci sei tu e non ci
sono quelle cose come te
 
che mi hanno stancato.
E lo sai che resto ancora
a chiedermi chi sono
 
un sabatinanapolitano,un
accompagnamento ad un suono.

 
un sogno di Basileia soffiato nel vento alle giugno 14, 2008 13:14
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Una gemma
  mercoledì, giugno 11, 2008  

Una gemma
            
I
O vulcano addormentato sembri
un gigante così curvato su
te e la tua figura impaurisce
 
fuori dalla stanza, mentre
rassetto la cameretta un po’
ricordo ingoiando dei
 
bocconi di ciliege, e un po’
ti guardo immaginando
voli di gloria oltreoceano.
 
II
 
E lo so che un’esistenza
perfetta sarebbe fatta
di contemplazione di te,
 
di me, di tutte le cose terrene.
Ma io vivrei solo di
gelati alla panna assaggiati
 
in riva al mare, col vento
tra i capelli, con un compagno
e dei sogni di successo.
 
III
 
Aspetterò di ingoiare
questa fragola tutta intera
e poi riprenderò la gemma
 
del sorriso, e ti vedrò
come i sogni specchiarsi,
e non come si sbatte un
 
polipo su scoglio inviso,
ma come una sirena
io continuerò a chiamarti.
             

 
un sogno di Basileia soffiato nel vento alle giugno 11, 2008 21:34
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L’evoluzione dell’eroe sveviano: Alfonzo, Emilio, Zeno

                     
Mi chiedo come al suo tempo la maggioranza dell’opinione pubblica abbia avuto il coraggio di criticare tanto aspramente le meraviglie di Ettore Schmitz, per fortuna esistevano personaggi come Joyce, Montale, Larbaud e pochi altri, capaci di apprezzare le capacità dell’autore ancor prima della sua morte. “Una vita”, “Senilità” e “La coscienza si Zeno” sono tra i romanzi più affascinanti e moderni della nostra letteratura soprattutto, se visti sotto l’ottica del tentativo da parte dell’autore, di rappresentare lo specchio di un uomo che si pone come modello critico della società e per questo ne sente su di sé il disagio. Quando non ancora era propriamente maturo l’abbozzo dell’uomo-inetto nel pensiero sveviano che vede in Zeno il suo massimo esemplare (come sostiene Baldi la formazione dell’inetto è avvenuta dal passaggio tra “Senilità” e “La coscienza”) l’eroe sveviano sembra subire una condizione di esistenza alienata e destinata al fallimento (è il caso di Alfonzo ed Emilio) all’uomo che perde viene contrapposto sempre un uomo che vince, che è “attivo” che è quello che con la sua esistenza fa tutt’uno con la società. Per intenderci, in “Una vita” il perdente è il protagonista, Alfonzo Nitti e il vincente è Macario. In “Senilità” il perdente è ancora il protagonista Emilio Brentani, mentre il vincente è l’amico scultore misconosciuto Stefano Balli. In ultima analisi nei sei capitoli della coscienza è Italo Svevo che non è più un perdente semplice ma si va caratterizzando piuttosto nella figura del “malato”. Infatti, per tutta la vita, egli crea rapporti di attrazione-repulsione con figure cosiddette “sane” ad esempio Augusta (la moglie della quale non si sente attratto), o il padre stesso (che fino a quando era ancora in vita rappresentava per Zeno la voglia di dimostrare di non essere un inetto). Non a caso la relazione extraconiugale con Carla, favorisce a detta di Zeno, una maggiore armonia tra gli sposi, proprio perché c’è Carla a suggellare un distacco inviolabile tra i due. Augusta (da notare la differenza con Annetta, Amalia o Angiolina)  rappresenta la “salute” di quelle persone (i borghesi e la loro mentalità) che sono malate, poiché non sono naturalmente disposte a meditare con la loro coscienza, appunto, sulla condizione della loro esistenza, che parrebbe loro come in uno specchio, il riflesso di una condizione irrimediabilmente estraniante tra l’io e il mondo. Se i sani si guardassero allo specchio, diverrebbero istantaneamente dei malati (e in questo c’è se vogliamo, la ripresa di un tema pirallendiano affrontato ne “Uno, nessuno, centomila” quando Vitangelo Mostarda guardandosi allo specchio riflette sul naso che pende da una parte). L’uomo che pare assolutisticamente sano, nella realtà in cui è calato è considerato malato, e si considera malato. Così Zeno (il nome stesso deriva da “Xenos” cioè “straniero”, “estraneo” al mondo) scriverà nel capitolo “Storia del mio matrimonio” : “Io sto analizzando la sua salute” – a proposito di Augusta- “ma non ci riesco perché mi accorgo che analizzandola la converto in malattia. E, scrivendone, comincio a dubitare se quella salute non avesse bisogno di cura o di istruzione per guarire.” È quindi la dimensione del “malato” quella dell’uomo che riflette su sé, e in definitiva, finisce col diventare nelle ultime pagine del romanzo, la dimensione della vita stessa, che probabilmente in seguito ad una catastrofe (si sente l’influenza dello scoppio della prima guerra mondiale e dell’utilizzo distruttivo dei gas velenosi) potrà ritornare ad uno stato di “salute” primitivo. In un primo momento l’eroe sveviano che non riesce a trovare i motivi del suo agire nella sua natura (Schopenhauer) ed è mosso da una falsa conoscenza di sé, si uccide. (Alfonzo). Successivamente con Emilio, si assiste allo spegnimento di una vita “non conclusa” (il tema dell’uomo “non concluso” riporta all’eroe pirallendiano ne “Uno, nessuno, centomila” ) nello struggimento più totale dei rimorsi: “Scoperse una nuova analogia fra la sua relazione con Angioletta e quella con Amalia. Da entrambe egli si distaccava senza poter dire l’ultima parola che avrebbe addolcito almeno il ricordo delle due donne. Amalia non poteva udirla; ad Angiolina egli non aveva saputo dir nulla” [Senilità, ultimo capitolo]. È infatti la “Senilità”, la dimensione di passività dell’inetto che è il frutto “umano” di due filosofie, è secondo la formula dello “struggle for life” propria dell’evoluzionismo darwiniano (si riporta al termine “lotta” nella Prefazione dei Malavoglia, 1881)  un “abbozzo”, è la specie di uomo che per la “mancanza assoluta di uno sviluppo marcato in qualsiasi voglia senso” è un essere in divenire. Svevo nel saggio “l’uomo e la teoria darwiniana” lascia intendere che è assegnato all’inetto un ruolo positivo nella storia evolutiva grazie alla sua impossibilità di chiudersi in forme cristallizzate. Zeno è l’esemplare più riuscito di questa categoria (l’inetto), tanto che per descrivere la sua vita non c’è più bisogno di un narratore esterno (come nel caso dei primi due romanzi) ma riesce da solo a descrive l’accumulo dei suoi tentativi irrisolti (non riesce a smettere di fumare, non si è laureato). La sua vita è l’enigma dei sogni frantumati. La seconda filosofia, quella shopenhaueriana che influenza Svevo, ci mostra una nuova faccia dell’inetto, una sorta di eroe della contemplazione, della noluntas quasi, in opposizione ai “lottatori” che rappresentano la voluntas.
                   

 


 
un sogno di Basileia soffiato nel vento alle giugno 11, 2008 17:19
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La voce della poesia
  domenica, giugno 08, 2008  

Ascolta. Un dolce ululato
lontano rimanda a segreti
ricamati nella veste
dell’upupa bizzarra.
 
E taci.
L’huuou della civetta
dà voce al mistero
celato negli occhi
sgargianti del gufo.
 
Dolce è questa sera
 in cui mi sei vicina,
col tuo volto da pancia
piena e la pelle lieve.
 
Di tutto quel tumulto
della tua ansia piena,
resta un breve singulto
dei versi di una cantilena.
 
Oh, vedo che van calandosi nel
paesaggio delle fresche note,
e una voce isolata di pianoforte
 si spande per la valle
 
colmando di una gioia leggiera.
Senti mamma. Sulle orme della
pioggia continua continua
quella voce di poesia,
a scintillare
in fondo con i miei vorrei.
           
          
 

 
un sogno di Basileia soffiato nel vento alle giugno 08, 2008 21:20
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  sabato, giugno 07, 2008  

DSCN7978
 
un sogno di Basileia soffiato nel vento alle giugno 07, 2008 13:18
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Tu sei più vicino al nulla
  martedì, giugno 03, 2008  

Guardi e miri crogiolo
le onde che sanno solo
sbattersi alla riva, la
sabbia che si sfalda quando
l’affondi col piede,
il silenzio che chiude
l’arido diserto disteso,
e l’anima molle che
tace, in groppa al destriero.
E poi ripassi il guardo a
quanta distanza tra la
terra e l’isola lontana, tanta
che te ne stai fumando,
e io, quasi solo gli occhi
riconosco vuoti, nel buio.
Quanti incontri con la
notte ti chiudi dentro,
quanto amato godimento
avrai sedato
di misteriosa
attesa.
      

 
un sogno di Basileia soffiato nel vento alle giugno 03, 2008 11:40
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Stallo del gabbiano
  domenica, giugno 01, 2008  

Un denso grumo va colmando
il vuoto delle cose, e cala un
sapore simile al ticchettio
dell’orologio, all’ansia
muta di un carillon silente.
 
E per quanto tenti di sfarinare
nelle dita la sabbia in
superficie, trovo sempre lo
strato compatto e duro e
difficile a scavare,
che mi è impenetrabile con
la sola mano nuda.
 
Oh silenzio, che vibri
nello stallo del gabbiano,
e ne segui il volo da quando
si scioglie dietro il
promontorio e si staglia
nella la roccia, e
sospende l’aleggiare
per mirare al castello
sulla punta del colle
finchè i suoi occhi
rossi posati sull’arido
scoglio si illuminano
al sole della sera.
       
          

 
un sogno di Basileia soffiato nel vento alle giugno 01, 2008 11:34
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Mulino
  mercoledì, maggio 28, 2008  

Trascinami col vento
dove sia protetta,
e con le pale
sciogli in fiori le
trecce di colpa.
        

 
un sogno di Basileia soffiato nel vento alle maggio 28, 2008 16:02
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Fine della scuola
  sabato, maggio 24, 2008  

Si srotolano vite
come fili di un gomitolo
di sole,
e quando la luce si spegne,
restano
fiori lasciati sciogliersi
al vento.
           

 
un sogno di Basileia soffiato nel vento alle maggio 24, 2008 18:51
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Benvenuta Poesia!
  lunedì, maggio 19, 2008  

 
Benvenuta poesia cheta lieta
racconta la ragion segreta meta,
aleggia lieve e ansante
si nasconde in anfratti d’ante
 
impacchetta in tasche profumate,
dissonanze di ricordi frantumate,
si posa nel cuor dell’uccellin
e mette in testa un “tin tin tin”,
 
poi nei fiori di campagna
prende pose che non stagna
se ne sta là: ma che gran lagna
aspetta che qualcuno lì si bagna!
 
Si m’aspergo nei tuoi deserti,
 ma tu aprimi gli occhi ai sofferti!
       
         

 
un sogno di Basileia soffiato nel vento alle maggio 19, 2008 15:17
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Tempo brillarello, quasi maturo
  lunedì, maggio 12, 2008  

           
Tempo brillarello, quasi maturo
        
          
        
 
Tempo brillarello, quasi maturo
passi in spassi e in spazi
trapassi. Scorri in futuro,
romba del sud sprazzi.
 
Fuggitivo gorgoglio di fiotti
folli, tonfi tra le farfalle
che sabbie colorate! Scimmiotti
tintarelle a Quintavalle,
 
destra, sinistra ritmo cubano
ti piaccion i fiori
che la bambina ha per la mano?
Sapevo quanto fosse gioco nostrano,
 
fare mosca cieca con un sultano:
“Dove sei, dove sei maturità?”
                
               
            
 

 
un sogno di Basileia soffiato nel vento alle maggio 12, 2008 22:31
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A cuore di tenebra
  domenica, maggio 04, 2008  

Sta sciogliendo in
quest’abbraccio,
pelle ruvida che si
mescola,
animo di notte
insonne, spegne e
accende di tenerezza,
e ancora sorride dentro,
in una pausa,
riprende il silenzio
in tocco di labbra,
e adesso scopre
gli occhi, muore e muove
le mani grandi nelle mie.
Ricorda nel saziarti
d’altro polline,
amore mio virile, canta,
con rabbia,
 le feroci memorie
di quest’addio.
       
            

 
un sogno di Basileia soffiato nel vento alle maggio 04, 2008 21:02
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All'esclusa bella di notte
  venerdì, maggio 02, 2008  

Diciannove inviti argentati
ai folletti incantati e
novantanove forse, alle fatine
dei monti blu,
 
casarella di cui non si può
dire il nome, bella di campagna,
per una festa magica,
sepolta tra
 
le erbe incolte, inviti
pensieri per l’ora del tè e
offri quei dolcetti deliziosi,
che io non
ho gustato, perché
non mi hai invitato.
 
La festa delle dune quando
incontrano il vento sarei,
granello di polline, tra i tuoi
ricami d’oro.
 
Oh , di notte, ti
porto tra le mani in bici al mare
per spiagge lontane dal buio.
 
Casarella di cui non si può
dire il nome,
muori
soffocata da un giaciglio di
rifiuti.
                            
                  

 
un sogno di Basileia soffiato nel vento alle maggio 02, 2008 12:52
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Alla luna
  sabato, aprile 26, 2008  

Soffia dal tenebroso
cuore di mandorla,
l’odore di zucchero
filato, fresca e dolce,
o candida,
e nei tuoi giochi di ninfa,
attorcigli coroncine di
stelle e  giorni
che svaniscono.
Con i seni d’avorio
posati sullo
scoglio marmoreo,
spumeggi
 la felicità del tuo mare,
e col sorriso frizzante
dell’acqua
 quante perle rubi!
Mentre  tanta gelosia
e nostalgia è riflessa nelle
tue ombre, o Luna,
resto a guardarti,
come Polifemo, in fiamme
di panna.

 
un sogno di Basileia soffiato nel vento alle aprile 26, 2008 22:43
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Fiorellino
  mercoledì, aprile 23, 2008  

Tante le rondini che

volano in questa valle

incantata, quanti i fiori

che calpesto,di notte

e di giorno, coi

piedini scalzi e freddi.

Non è bastato

proteggerti dall’autunno,

fiorellino,

prim’ eri un girasole,

poi un iris, e ormai

né edera, né orchidea,

né margherita, oh

qual serpente chiudevo

tra le mani,

da biscia poi  pitone

e da pitone a vipera.

Quanta paura ho avuto,

e quanta tristezza d’averti

perduto.

                      

           


 
un sogno di Basileia soffiato nel vento alle aprile 23, 2008 22:48
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...La speranza di pure rivederti m'abbandonava... [Montale]



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"Per me l'arte è un'ossessione della vita e poiché siamo degli esseri umani, siamo noi il soggetto della nostra ossessione"

Francis Bacon




SoLo E PenSoso

Solo et pensoso i più deserti campi vo mesurando a passi tardi et lenti, et gli occhi porto per fuggire intenti ove vestigio human l'arena stampi. Altro schermo non trovo che mi scampi dal manifesto accorger de le genti, perché negli atti d'alegrezza spenti di fuor si legge com'io dentro avampi: sì ch'io mi credo omai che monti et piagge et fiumi et selve sappian di che tempre sia la mia vita, ch'è celata altrui. Ma pur sì aspre vie né sì selvagge cercar non so ch'Amor non venga sempre ragionando con meco, et io co·llui.

Francesco Petrarca




Non continuo sibi vivit qui nemini

Otiosum enim hominem seductum existimat vulgus et securum et se contentum, sibi viventem, quorum nihil ulli contingere nisi sapienti potest. Ille solus scit sibi vivere; ille enim, quod est primum, scit vivere.


Lettera LV Seneca


..è cambiato come cambia il vento..


Ho lasciato scappar via l'amore
l'ho incontrato dopo poche ore
è tornato senza mai un lamento
è cambiato come cambia il vento
vento d'estate
io vado al mare voi che fate
non m'aspettate
forse mi perdo
ho pensato al suono del suo nome
a come cambia in base alle persone
ho pensato a tutto in un momento
ho capito come cambia il vento
vento d'estate
io vado al mare vado al mare
non mi aspettare
mi sono perso
Niccolò Fabì






AltraMusa, piccolo salotto letterario




(¯`•.¸¸.->(¯`•.¸¸¸ Vivi ogni attimo come l'ultimo¸¸.•´¯)<-.¸¸.•´¯)°°°°°



ORAZIO "A TALIARCO" Guarda la neve che imbianca tutto il Soratte e gli alberi che gemono al suo peso, i fiumi rappresi nella morsa del gelo. Sciogli questo freddo, Taliarco, e legna, legna aggiungi al focolare Poi senza misura versa vino vecchio da un anfora sabina. Lascia il resto agli dei: quando placano sul mare in burrasca la furia dei venti, non trema più nemmeno un cipresso, un frassino cadente. Smettila di chiederti cosa sarà domani, e qualunque giorno la fortuna ti conceda segnalo tra gli utili. Se ancora lontana è la vecchiaia fastidiosa dalla tua verde età, non disprezzare, ragazzo, gli amori teneri e le danze. Ora ti chiamano l'arena, le piazze e i sussurri lievi di un convegno alla sera, il riso soffocato che ti rivela l'angolo segreto dove si nasconde il tuo amore, il pegno strappato da un braccio o da un dito che resiste appena.

Heracleum blog & web tools


-Trovai amore in mezzo della via....-
Cavalcando l'altr'ier per un cammino, pensoso de l'andar che mi sgradia, trovai Amore in mezzo de la via in abito leggier di peregrino. Ne la sembianza mi parea meschino, come avesse perduto segnoria, e sospirando pensoso venia, per non veder la gente, a capo chino. Quando mi vide, mi chiamò per nome, e disse: "Io vegno di lontana parte, ov'era lo tuo cor per mio volere; e recolo a servir novo piacere". Allora presi di lui sì gran parte, ch'elli disparve, e non m'accorsi come. Dante Alighieri, Poesie della "Vita Nuova"




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